Ripartiti sempre dalle periferie - Editoriale Note Mazziane

28 Febbraio 2019

A PROPOSITO DEI MAZZIANI DA 40 ANNI IN BRASILE

 

OLTRE IL MARGINE.
Se c’è una costante nella storia delle persone e delle istituzioni mazziane, questa sta nel cercare chi per barriere di tempo, di luogo o di istruzione si trovava tagliato fuori. Il fondatore don Mazza era nato in centro città, ma da bambino con la famiglia era andato ad abitare in campagna e da lì – dove, divenuto prete, si recava per il servizio festivo – aveva scelto i primi ragazzi per farli studiare. 
Anche i successivi, assieme alle ragazze, in numero sempre crescente, li accolse non al centro di Verona ma in periferia, a Veronetta. Cominciavano così a superare le barriere che una società pigra e segnata da privilegi man- teneva in piedi. 

TUTTI DA FUORI.
Una nuova tappa, ben più clamo- rosa, si avviò con l’inizio della Missione in Africa Centrale. 
Per don Mazza bisognava andare il più lontano possibi- le nei «selvaggi paesi», «affatto infedeli», in «qualche parte di quelle terre libera dal maometanesimo, o d’altra setta anticatolica, e che solo sia schietta pagana; perché per noi men male sarebbe il combattere col solo paganesimo e con lo nudo selvaggio, che dove vi fosse introdotto qualche studiato errore contro il dogma, e la dottrina cattolica». 
I missionari – anche loro provenienti da piccoli centri rurali – staccandosi dai quali avevano compiuto un primo grande salto, dovevano superare le barriere di lingua e di costumi per inserirsi tra le popolazioni dello sconosciuto mondo centrafricano, capirne le tradizioni e le idee. 
Inoltre dovevano apprendere la lingua del luogo, ri- cambiando, poi, chi li aiutava a metterla per iscritto (era la prima volta) in alfabeto latino. L’evangelizzazione, 
assieme all’apprendimento di tecnologie agrarie e artigia- nali, sarebbe iniziata più tardi, soltanto quando fossero pronti per ritornare nel loro continente gli africani, immi- grati giovanissimi in Europa, «morette e moretti» che con la fede avessero già appreso quelle tecnologie. 

L’OBIEZIONE: E I POVERI CHE ABBIAMO NOI?
La scelta richiedeva mezzi ingenti. Anche allora si diceva che era necessario prima aiutare i “nostri”. Don Mazza rispondeva: «Mi vien di sovente obbjettato: tanta miseria e povertà che v’è qui! E perché gettar via tanto denaro per gli Africani, gente che non si conosce, staccati da noi, e non in quella vece soccorrere i nostri? Ma domando io: v’è in questo mondo paese, per opulento che sia, e ricco, in cui non vi siano poveri, che abbisognino di soccorso? Dunque se l’obbietto vale, bisogna conchiudere che questi poveri Africani non possano mai da gente loro straniera esser ajutati, perché per ajutarli è necessario spendere, e dar loro quello che potrebbe esser dato ai propri: restino adunque eternamente bestie, perché da sé non possono umanizzar- si. Non so se questa legittima conseguenza possa piacere». 
Pur non avendo a diposizione tutti i soldi necessari, don Mazza all’inizio di settembre del 1857 invia cinque suoi preti e un laico nello sterminato vicariato dell’Africa cen- trale. Benedicendoli li mette nelle mani di Dio: «Benedite Signore questi figlioli, ma d’una larga e piena benedizione; fateli buoni davvero, e che vi siano fedeli fino alla morte...». 

IL NUOVO SOGNO VERSO L’AMERICA LATINA: IL BRASILE.
Quella spedizione si concluse nell’arco di cinque anni, ma offerse a uno degli inviati, il santo Daniele Comboni, un’enorme bagaglio di scoperte e conoscenze, per proseguire più avanti il cammino. Lo ripren- derà, accompagnato dai moretti e dalle morette preparate a Verona. 
Dalla morte del santo missionario, per oltre un secolo fra i numerosi comboniani sempre vi furono anche allievi dell’Istituto veronese fondato da don Mazza, mandati ad operare in terra africana e non solo. 
Nata ufficialmente la Pia Società di don Mazza (1951), il desiderio di partire verso le periferie del mondo venne riprendendo corpo, finché all’inizio di un altro settembre, nel 1978, si concretizzava l’invio di don Carlo Avanzi e del giovane chierico Dario Vaona verso il Brasile: la bene- dizione ai partenti è ancora quella formulata da don Mazza: «Benedite Signore questi figlioli...». La pronuncia il superiore don Vincenzo Faccioli, visibilmente commos- so. 
Laggiù, terra ancora periferica del mondo, quando il paese era ancora sotto regime militare, la scelta del terreno dove portare il proprio servizio cadde sul Nordest, una delle aree più impoverite del mondo. La prima residenza fu al margine di una favela nella capitale dello stato della Paraíba, João Pessoa. 

NORDEST E FAVELAS.
I due dovevano inserirsi in una società e in una Chiesa con caratteristiche ben lontane dalla situazione europea. Anche loro come i primi missio- nari mazziani dovevano apprendere bene la lingua porto- ghese, visitare varie esperienze, lasciarsi orientare. 
Avevano incontrato un pastore di eccezione, arcivescovo della Paraíba, dom José Maria Pires, uno dei più giovani vescovi che avevano preso parte al concilio Vaticano II: per alcuni mesi li accolse in casa sua. 
Dom José segnò profondamente l’animo e l’impegno pastorale dei due mazziani. Parlava chiaro e senza mezze misure, prendeva posizione nei momenti di scontri sociali, di prepotenze contro i più deboli, nei campi o in altre peri- ferie. «Cristo si è fatto povero – diceva –. Il Vangelo è la storia di un proprietario, il più grande e più ricco proprietario che, un giorno, mise in atto la “follia” di rinunciare a tutte le sue ricchezze, di lasciare la casa paterna, di man- dare a spasso servitù e sicurezza e di venire ad abitare in una favela assumendo del tutto la condizione di favela- do». Favela, cioè periferia, case di fango seccato, coperte di paglia, dove spesso manca l’acqua e la luce o non esisto- no fognature. Lavoro solo precario e a giornata. 
Dalla canonica di Nossa Senhora da Conceição, vicino alla stazione delle corriere, alla casa nell’Alto do Mateus, fatti pochi passi, i mazziani hanno vissuto dentro o ai bordi delle favelas. 
Così succederà anche nel Pernambuco, a Recife nel quartiere di Brasília Teimosa, e nelle comunità vecchie e nuove da servire sul litorale della città di Paulista assu- mendo la parrocchia di Nossa Senhora do Ó. 

L’ARCIVESCOVO E IL VICARIO.
I due mazziani si sono integrati perfettamente in quel nuovo ambiente, superando gradualmente le remore di “stranieri” che li avevano trattenuti all’inizio. 
È stata un’esperienza di Chiesa più partecipata. A João Pessoa si realizzava una Chiesa “popolo di Dio” ispirata al Concilio, vivamente sostenuta dai laici, impegnata seriamente nelle vicende sociali, soprattutto a difesa delle vittime di ogni ingiustizia. 
Fu in questo clima che l’arcidiocesi si arricchì di tanti preti venuti da fuori: «Accolsi tutti – ricorda don José – con spirito evangelico. Molti presero posti di guida nell’Arcidiocesi della Paraíba, perché gli incarichi nella Paraíba erano decisi in assemblee, perfino il Vicario Generale era eletto dall’assemblea, che presentava una lista di tre perché io ne scegliessi uno. E io ho scelto il più votato. Don Carlos Avanzi, italiano, molto amato da tutti, molto amato dai preti, fu il più indicato come Vicario Generale». 
Parole che esprimono, a distanza di alcuni anni, non solo una singolare consonanza personale tra i due, ma un intreccio fecondo tra carisma e comunità mazziane e Chiesa nordestina. 
I due, arcivescovo e vicario generale mazziano, già ci hanno lasciato da qualche anno. Don Carlo ha chiesto di essere sepolto nel piccolo cimitero che affianca la chiesa di Nossa Senhora do Ó, ultimo luogo del suo impegno sacer- dotale. Come i primi missionari mazziani, nella terra peri- ferica che aveva amato. 
Per chi desidera vivere mazzianamente, laico o prete, l’esperienza di questi quarant’anni continua a segnare il cammino. 

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